LA PRAGMATICA DELLA COMUNICAZIONE UMANA

La Scuola di Palo Alto in California ha condotto una serie di studi sulle dinamiche comunicative. Il suo principale contributo è stato quello di dimostrare come la qualità di una relazione dipende dalla qualità della comunicazione e viceversa. E’ quindi possibile comprendere quali siano gli equilibri in gioco in una relazione attraverso l’osservazione delle interazioni verbali e non verbali.

Gli autori attingono alla cibernetica, la disciplina che studia i processi di autoregolazione e comunicazione degli organismi naturali e dei sistemi artificiali, adoperando il concetto di “retroazione”, secondo cui “parte dei dati in uscita sono reintrodotti nel sistema come informazione circa l’uscita stessa”: ciò significa che ogni attore della comunicazione è contemporaneamente stimolo, risposta e rinforzo dell’interazione .

I 5 assiomi della Pragmatica della Comunicazione Umana di Paul Watzlavick offrono un modello teorico di riferimento grazie al quale è possibile “osservare”,  “conoscere” e “riconoscere” il proprio stile di comunicazione, valorizzandone le risorse e le abilità già sviluppate per poi prendere consapevolezza di quali siano le proprie aree di miglioramento.

Ancora, favorendo la consapevolezza e la riflessione, permettono di sviluppare strumenti di lettura e di intervento nelle dinamiche relazionali.

 

LE PIÙ RECENTI ACQUISIZIONI DELLE NEUROSCIENZE

I neuroni specchio: la base neuro-fisiologica dell’empatia

Il gruppo di ricerca dell’Università di Parma, coordinato dal Prof. Giacomo Rizzolati, negli anni ’90 ha scoperto e poi studiato a lungo i neuroni specchio, neuroni che si attivano indifferentemente quando una persona compie un’azione o quando la persona osserva (o percepisce) la medesima azione compiuta da un altro soggetto. Quello che accade è che le informazioni sensoriali captate vengono trasferite al sistema motorio dell’osservatore, permettendogli così di avere una copia motoria del comportamento osservato, quasi fosse lui stesso ad eseguirlo. Ecco perchè lo specchio: perchè questi neuroni compiono questa trasformazione dell’azione da un formato sensoriale a uno motorio fedele a quello percepito.
Se è vero che questo avviene quando si osserva un gesto o un’azione, è altrettanto vero che ciò accade anche quando si percepisce il tono della voce, lo sguardo, la postura, la mimica facciale del proprio interlocutore: i neuroni specchio si attivano e permettono di percepire il mondo dell’altro come se fosse il proprio. Questo è il processo neuro-psicologico alla base dell’empatia.

La ricerca quindi dimostra che ognuno di noi nasce con un substrato anatomo-funzionale atto a sviluppare capacità empatiche e conferma quanto sostenuto empiricamente da diversi autori rispetto alle modalità attraverso le quali è possibile “creare” un clima di relazione empatico.

Quanto questa capacità viene sviluppata nell’arco della vita può  dipendere da fattori culturali, educativi ed ambientali e può essere sviluppata attraverso l’allenamento delle capacità di osservazione del linguaggio non verbale del proprio interlocutore, attraverso esperienze di risonanza emotiva/affettiva e attraverso l’utilizzo di un linguaggio empatico, rispettoso, attento e accogliente.

Per questo motivo, nella formazione in Counseling PsicoCorporeo Relazionale si da molto spazio all’apprendimento tramite sperimentazione diretta dell’utilizzo di una vasta gamma di “tecniche di ascolto attivo”.

Molecole di Emozioni

Candace Pert, Neurofisiologa, autrice del libro “Molecole di emozioni”, direttrice del centro di biochimica cerebrale del NIMH, National Institute for Mental Health, è una delle più importanti figure nell’ambito della ricerca internazionale sul cervello: ha infatti scoperto le endorfine e un vasto numero di neuropeptidi, le molecole che trasmettono le informazioni nel sistema nervoso. La scoperta nella quale si è imbattuta è che questi neuropeptidi non sono presenti solo a livello cerebrale, ma vengono prodotti anche dagli organi interni, dal sistema immuniatrio e addirittura dal midollo osseo. Dal momento che questi neuropeptidi sono sono molecole informazionali, ciò dimostra come ogni sistema del nostro organismo sia in collegamento e comunicazione con gli altri e ne influenzi l’attività.

Queste scoperte l’hanno candidata al Nobel per la medicina, ed hanno creato una sorta di rivoluzione nel modello di essere umano della medicina ufficiale: la mente non è più riconducibile al solo cervello, ma va intesa come flusso di informazioni che scorre attraverso le cellule, gli organi, gli apparati, in definitiva tutto l’organismo.

La mente ha quindi un substrato fisico, che si identifica tanto con il corpo quanto con il cervello.
La mente è allora ciò che tiene insieme la rete, agendo spesso al di sotto della coscienza, collegando e coordinando i sistemi principali, con i relativi organi e cellule.

L’intero sistema organismo può essere allora definito come una rete psicosomatica di informazioni che unisce la psiche, comprendente chiaramente tutto ciò che è di natura non materiale, come mente, emozioni, anima, con il soma.

I neuropeptidi vengono definiti da Candace Pert come “molecole di emozioni” e “quello che sperimentiamo come emozione e’ un meccanismo per attivare un particolare circuito neuronale contemporaneamente nel cervello e nel corpo: i peptidi servono a unire gli organi e gli apparati dell’organismo in una rete unica che reagisce ai cambiamenti, interni o esterni che siano, con modificazioni complesse e orchestrate in modo sottile. Per usare una metafora, il nostro organismo è come un’orchestra, formata da vari strumenti (organi e apparati) che suonano tutti le stesse note musicali (neuropeptidi) solo con fraseggi diversi: la musica che ne risulta e’ ciò che sperimentiamo soggettivamente sotto forma di emozioni.”

Quando le emozioni vengono vissute, espresse, i peptidi, le sostanze alla base delle emozioni fluiscono liberamente e abbiamo l’equilibrio del sistema. La repressione cronica di alcune emozioni, invece, sfocia in un grave disturbo della rete psico-somatica. Ecco perché la salute non consiste semplicemente nell’avere “pensieri felici”. A volte l’impulso più potente verso la guarigione può venire da uno scatto d’ira repressa da tempo, che attiva ad esempio il sistema immunitario.

Tutto questo ha delle notevoli ricadute anche su ciò che accade quando entriamo in empatia: non solo si attivano i neuroni specchio, ma tutto il nostro organismo “risuona” producendo e rilasciando quei neuropeptidi che cominciano a diffondersi nella “rete” permettendoci di “sentire” e non solo di “supporre” ciò che sta sentendo l’altro.

Queste iniziali scoperte hanno portato poi molti scienziati ad approfondire le ricerche e a confrontarsi sugli ulteriori dati raccolti, dando vita a quella che oggi è conosciuta come PsicoNeuroEndocrinoImmunologia (PNEI): moderna branca della medicina che studia le relazioni esistenti tra emozioni, comportamento, risposta neuroendocrina agli stimoli dell’ambiente esterno o provenienti dallo stesso organismo e attivazione del sistema immunitario. Quello che emerge è la dimostrazione scientifica di quanto teorizzato già tempo prima da molti autori rispetto all’unità funzionale psiche-soma: ogni parte è in relazione con le altre e influenza l’intero sistema.

Così ad esempio le emozioni influenzano funzioni corticali superiori come il pensiero, la memoria, l’apprendimento, alterano la risposta immunitaria e la secrezione ormonale con ripercussioni a cascata su tutta la fisiologia del corpo.

Ne consegue un nuovo concetto di salute emotiva, secondo il quale le emozioni del soggetto hanno tutte diritto di cittadinanza, hanno bisogno di poter essere contattate, riconosciute ed espresse.